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“L’ AMOUR TOUJOURS”: quanto è destinato a durare il tuo amore estivo? – Capitolo 3

L’estate fa bene all’Amore. È cosa risaputa.

Le coppie consolidate rinnovano il loro sentimento grazie al tempo libero, al relax e ai piccoli vizi che si possono concedere nel periodo di ferie.

Chi è single ed è alla ricerca della propria anima gemella può invece sfoderare appieno le proprie abilità nell’arte del corteggiamento.

Ma quali sono gli indicatori non verbali – seri e oggettivi – che ci rivelano il reale interesse dell’altro, e quali invece devono metterci in allerta?

“Mordersi le labbra”, “accarezzarsi i capelli”, “mostrare i polsi” o una “muscolatura tonica”, o “accavallare le gambe in direzione dell’interlocutore quando ci si siede”… i manuali sulla comunicazione non verbale e internet sono spesso ricolmi di bufale generalizzate ma non verificate sul piano scientifico, e che tendono a ridurre a semplici inferenze “se fa questo gesto… allora le/gli piaci” il complesso mondo delle emozioni e dei comportamenti.

Quando si parla di emozioni e sentimenti spesso è impossibile desumere da un singolo gesto, da una postura, o da un singolo avvicinamento dell’interlocutore (prossemica), una sicura buona predisposizione a noi e al nostro corteggiamento, ovvero un “lasciapassare” che ci indichi di proseguire in quello che stiamo facendo poiché gradito all’altro.

Proviamo a esaminare cosa c’è di vero e cosa invece dobbiamo considerare meno attendibile nel mondo “body language” associato alle fasi del corteggiamento.

Quest’oggi parleremo degli auto-adattatori (gesti manipolatori) e del potere delle micro espressioni spontanee nel predire la durata di un rapporto di coppia. Eccovi svelate le principali verità e falsi miti correlati al “linguaggio non verbale dell’Amore”.

I GESTI MANIPOLATORI DEL CORPO E DEL VOLTO
manipolatori

Secondo Paul Ekman il termine adattatori (o manipolatori) descrive una serie di gesti che permettono di entrare in contatto con sé stessi (auto-contatti, ovvero contatto di una parte del corpo con un’ altra parte del corpo: ad esempio, “grattarsi la nuca”) o con gli oggetti del mondo esterno (persone, animali o cose).

Sono movimenti appresi durante l’infanzia nello sforzo di adattare il proprio comportamento all’ambiente e per far fronte o soddisfare le pulsioni interne che emergono (fame, bisogno di attenzione o contatto fisico coi genitori, ecc.). Possono essere messi in atto anche per contrastare la manifestazione di forti emozioni.

L’aspetto confusionale di questi gesti sta nel fatto che, benché siano appresi durante l’infanzia, quando vengono emessi in età adulta non sono mai eseguiti in modo completo e identico, né sono necessariamente innescati dai medesimi stimoli ambientali già incontrati durante l’infanzia.
Per fare un esempio retorico: non noteremo mai nell’adulto, in un contesto pubblico come un’importante appuntamento con un cliente, il gesto infantile del “succhiarsi il pollice” per rassicurarsi dall’ansia, ma potremmo invece osservare la stessa persona mangiarsi le unghie, giocare con la penna, oppure il risucchiare le labbra all’interno per leccarle o mordicchiarle appena, senza essere visto e in maniera fugace.
Questi sono quindi gesti parziali: si avvicinano al gesto completo emesso in età infantile, mutano forma e stimolo scatenante in età adulta, ma la loro funzione originaria rimane invariata (a prescindere dalla consapevolezza di chi li compie).

Un esempio di auto-adattatore come quello del “leccarsi le labbra” lo vediamo spesso palesarsi sul volto di qualcuno. Questo gesto non ha una causa univoca e chiara, né può essere definito come un “segnale di gradimento” (sessuale o cognitivo), come spesso si vede scritto erroneamente online.
Il gesto ci rivela semplicemente che il Sistema Nervoso Autonomo Simpatico della persona è attivato in un dato momento: vi è uno stato d’eccitazione neurofisiologica aspecifica.

Si pensi solo che, in ottica etologica e psicologica, una mimica che impiega il mostrare la lingua può essere usata anche come gesto emblematico al posto delle parole per prendere in giro qualcuno (“fare la linguaccia”, tipico nei bambini) o per flirtare in modo audace e provocante (leccarsi le labbra, in modo evidente, guardando o ammiccando all’interlocutore oggetto delle nostre attenzioni).
Lo stesso atto non verbale ha poi tantissimi altri significati a seconda della cultura d’appartenenza del soggetto che lo emette.

Il “leccarsi le labbra” può anche essere manifestato quando la persona prova una forte ansia, ma anche quando è completamente rilassata (una toelettatura atta a pulirsi le labbra, esibita in tranquillità, poiché in presenza di persone familiari e con cui ha molta confidenza). Oppure quando la persona tenta di idratarsi le labbra a causa dell’arsura (la persona ha sete o ha parlato per molto tempo, per cui si inumidisce le labbra).

Come possiamo capire quindi qual è il corretto significato di questo segnale non verbale?

Rispetto ai gesti manipolatori è sempre sconsigliabile dare un significato netto che ne interpreti un eventuale senso o funzione. Vanno considerati solo se in contemporanea si osservano con la stessa attenzione altri indicatori provenienti dal viso, dal corpo, nella voce, oltre ovviamente considerare il contesto in un cui il segnale non verbale viene emesso. Attenzione quindi a sopravvalutare l’importanza di questi gesti, poiché interpretarli come indicatori certi di un’atteggiamento o un’emozione nascosta rivolta nei nostri confronti può risultare fuorviante o addirittura minanti l’armonia creata finora nella relazione.

LA POTENZA DELLE ESPRESSIONI FACCIALI SPONTANEE
facial-expressions-couple

Ciò che rende le espressioni facciali importanti è che rappresentano il canale non verbale più affidabile nel momento in cui si è in grado di distinguerne gli elementi spontanei da quelli volontari.
Le espressioni si definiscono quindi volontarie squando sono emesse in modo deliberato, durano di più rispetto a quelle spontanee, e sono maggiormente influenzate dalle norme sociali di esibizione (regole di manifestazione culturali: ad esempio, “fare un faccia felice per sembrare felice” quando riceviamo un regalo in realtà poco gradito, per non offendere l’altro). Oppure possono essere usate in modo emblematico a sostituzione delle parole (si pensi al dire “…mmm, questa t-shirt è proprio bella…” facendo una faccia volutamente disgustata, per fare del sarcasmo).
Sono quindi espressioni facciali che non riflettono una vera emozione provata in quel momento, bensì sono usate per trasmettere in modo volontario un concetto comunicativo noto.
Le espressioni spontanee sono invece più rapide, meglio coordinate: alcuni muscoli, ad esempio, sono difficili da muovere in maniera volontaria; nel corso di un’emozione realmente provata si attivano invece senza difficoltà.

La modalità non verbale di trasferire i sentimenti gioca un ruolo importante nelle nostre relazioni più intime. John Gottman ha dimostrato che le coppie sposate che manifestano micro espressioni facciali di disprezzo e disgusto nei confronti del partner divorziano nell’arco temporale tra i 4 anni e i 6 anni. Prevenire e intervenire, talvolta salva la coppia. (Why Marriages Succeed or Fail: What You Can Learn from the Breakthrough Research to Make Your Marriage Last).

Per quale ragione bisogna prestare attenzione in maniera particolare a queste due emozioni (e micro espressioni facciali) nei rapporti di coppia?

Il disgusto è un’emozione legata alla repulsione sensoriale e cognitiva, per cui chi lo prova tende a spostarsi e allontanarsi da un oggetto (o da una persona, o da pensiero espresso da qualcuno) che ritiene “velenoso” o contaminante. Il palesarsi di questa emozione, specie nella sfera sessuale, disinnesca ogni eventuale attrazione fisica nei confronti del partner e annulla in maniera drastica la libido. Crea quindi una distanza, sia fisica che mentale tra i partner.

Il disprezzo è invece legato a un senso di superiorità morale rispetto all’altro, che viene visto come “meno bello”, “meno intelligente”, “meno meritevole” del nostro tempo e della nostra attenzione. Un rapporto così impostato crea asimmetria e disparità. Disumanizza l’altro, e lo pone su di un metaforico “gradino inferiore” rispetto al nostro: il rispetto della persona che ci sta accanto viene meno, per cui chi prova disprezzo nella coppia si focalizza maggiormente sulle proprie esigenze a discapito dei bisogni espressi dal partner. Ogni armonia viene quindi spezzata.

La rabbia è un’altra emozione pericolosa e distruttiva in un rapporto di coppia, specie quando è violenta, inaspettata ed esplosiva. Quando viene invece impiegata in maniera costruttiva, nel rispetto dell’altro e a difesa della coppia, spesso può rendere pro-attive le persone, creando una “determinata” alleanza nella coppia: i due partner saranno nuovamente alleati e allineati, e la loro rabbia e determinazione sarà volta a difesa del loro legame e re-direzionata per eliminare ogni problema o ostacolo che possa minare l’armonia.

Un’altra emozione da non sottovalutare è la tristezza. Saperne cogliere le micro espressioni sottili (che si palesano in maniera disgiunta sulla parte superiore o inferiore del volto) può giocare un ruolo determinante, poiché la persona che ci sta accanto può involontariamente manifestarci il suo desiderio di ricevere supporto o sostegno, pur negandolo con il verbale (magari per per orgoglio o desiderio di non mostrarsi vulnerabile dinnanzi a noi).
La tristezza può anche esprimere un desiderio di essere lasciati soli per esempio per poter meglio riflettere, oppure per ricaricarsi senza essere disturbati. Qualora non fosse rispettato questo desiderio di solitudine temporanea, magari per troppa solerzia, potremmo suscitare fastidio in quanto il partner potrebbe sentire invaso il proprio “territorio psicologico” (vedi: Prossemica).

Questo può valere anche per le micro espressioni sottili di paura. Notarle fa la differenza. Si pensi ad esempio quando si affrontano temi cruciali che comportano grossi cambiamenti nello stile di vita d della coppia: andare a convivere, cambiare casa, esprimere l’intenzione di avere un bambino nella coppia, etc. Il più delle volte, infatti, quando il partner si sente capito, accolto, supportato nell’affrontare il problema, e mai giudicato, sente che è umano e legittimo provare ed esprimere paura. Non vi è nulla di male. La paura viene accolta, e la coppia si approccia nuovamente in maniera ponderata e pro-attiva a qualunque problema.

La felicità che si condivide col partner è il motore trainante dell’amore. Saper riconoscere e distinguere le espressioni e micro espressioni facciali di felicità spontanea rispetto ai sorrisi sociali può far la differenza. Esistono ben 16 tipologie diverse di Felicità, per cui individuarne la causa e la funzione, attraverso le domande, può indicarci preziose informazioni circa le sensazioni che il nostro partner o futuro partner può provare in nostra compagnia. Ognuno di noi è “alla ricerca della felicità”, e saper individuare cosa ci rende o che rende il nostro partner davvero felice è cosa indispensabile. Semplice e complessa allo stesso tempo, ma straordinaria e gratificante per entrambi.

CONCLUSIONI
occhi-a-cuoricino

Come non esiste “il naso di Pinocchio”, ovvero un singolo gesto che ci fa capire quando una persona mente, non esiste alcun “Occhio a Cuoricino” a livello non verbale che possa farci capire in modo sicuro al 100% se una persona prova interesse di tipo sessuale o affettivo nei nostri confronti. Emozioni e cognizioni si palesano sempre insieme nei sentimenti a lungo termine come l’Amore, per cui sia il dominio emotivo che cognitivo svolgono un ruolo cruciale.

Il tempo condiviso, l’attrazione e i valori condivisi sono essenziali nella costruzione e il mantenimento di un rapporto di coppia.

Ma sapere notare le piccole reazioni volontarie e involontarie del nostro partner e le emozioni che può provare insieme a noi, può metterci in vantaggio, per sorprenderlo ogni giorno con piccoli gesti d’amore, o per non ricevere invece brutte sorprese: “vivere un film d’amore”, si sa, non è la stessa cosa che “farsi un film” solo nella propria mente, ignorando i bisogni dell’altro.

Osservare il nostro partner, oltre che piacevole, è quindi un’abitudine tutt’altro che superflua!

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